QUALCUNO HA SCELTO DI ABITARLA CON NOI

Scritto il 13/09/2026
da Renato Fantoni


CELEBRAZIONE DELL'EUCARESTIA 
IN OCCASIONE DELLA MANIFESTAZIONE 'MELZOINOCONTRA' 2026 
"NON CI STO DENTRO!" E' POSSIBILE ABITARE LA VITA? 
III DOM DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTSIT A - MELZO (MI) 
13 SETTEMBRE 2026 - OMELIA (LC 9,18-22) 

Viviamo nel tempo dei sondaggi. Si domanda continuamente alla gente che cosa pensa, che cosa preferisce, di chi si fida, che cosa teme, che cosa desidera, per chi voterebbe ... persino le app di giudizio sui ristoranti, hotel, etc. 
E il sondaggio non serve soltanto a conoscere il presente: spesso serve a decidere il futuro. Prima cerco di capire dove va l'opinione comune, poi scelgo come muovermi. 
In fondo sembra quasi che oggi, per stare dentro la vita, bisogna prima sapere dove stia la vita. Dove-va la maggioranza. Che cosa piace. Che cosa funziona. Che cosa raccoglie consenso. Quali sono i trend del momento. Come se la vita fosse là dove tutti stanno andando. 
Anche Gesù, nel Vangelo di oggi, sembra cominciare con un sondaggio: 
«Le folle, chi dicono che io sia?». E arrivano le risposte: Giovanni Battista, Elia, uno degli antichi profeti. Risposte belle, persino lusinghiere. La gente ha intuito che Gesù è qualcuno di grande. Eppure non basta. 
Perché si può dire molto di Gesù senza aver ancora deciso nulla davanti a lui. Si può formulare un giudizio corretto, persino ammirato, e rimanere spettatori. 
Per questo, a un certo punto, Gesù cambia una sola parola: 
«Ma voi, chi dite che io sia?». Quel "ma voi" cambia tutto. 
È qui che la domanda smette di essere un sondaggio e comincia a diventare una questione di vita. Gesù porta i discepoli dal racconto delle opinioni alla responsabilità di una risposta; dal «si dice» al «voi dite»; da ciò che accade fuori a ciò che sta accadendo dentro. 
E forse è proprio qui che il Vangelo incontra il titolo provocatorio di questi giorni: «Non ci sto dentro! È possibile abitare la vita?». 
Perché c'è un modo di stare dentro la vita che consiste semplicemente nello stare dentro il flusso: sapere che cosa pensano tutti, fare quello che fanno tutti, desiderare ciò che desiderano tutti. Ma essere aggiornati sulla vita non significa ancora averla abitata. 
Il sondaggio guarda fuori: che cosa dicono gli altri? 
Il discernimento ascolta dentro: che cosa sta diventando vero per me? 

Il sondaggio cerca una maggioranza sulla quale appoggiarsi. 
La vita, invece, prima o poi domanda una libertà capace di esporsi. 
E Gesù fa precisamente questo: ci espone alla nostra vita. 
«Ma voi?». Come a dire: adesso non mi interessa più quello che si dice. Mi interessi tu. Tu cosa dici? Tu dove sei? Tu per che cosa stai vivendo? 
C'è poi qualcosa di ancora più sorprendente. Gesù pone la domanda, ma non dà lui la risposta. 
Avrebbe potuto farlo. Nessuno conosce la propria identità meglio di lui. Eppure, proprio nel momento decisivo, Gesù lascia uno spazio. 
Può condurre i discepoli fino alla soglia, può provocare il cuore, può porre la domanda, ma non risponde al posto loro. 
Perché ci sono domande alle quali nessuno può rispondere al nostro posto! 
Forse abitare la vita significa anche accettare di entrare in questo spazio. 
Non avere subito una risposta. 
Non coprire immediatamente il silenzio. 
Non fuggire davanti alle domande che ci raggiungono. 
Ci sono infatti momenti nei quali davvero diciamo: «Non ci sto dentro».
Perché la vita qualche volta sembra troppo_grande per noi. 
Non ci stiamo dentro quando una relazione si spezza. 
Quando un progetto sul quale avevamo investito tutto fallisce. 
Quando ci troviamo davanti alla sofferenza di qualcuno che amiamo. 
Quando arriva una notizia che non avremmo mai voluto ricevere. 
Qualche mese fa mi sono trovato davanti a una di queste domande. 
Celebravo a Milano il funerale di una ragazza di sedici anni. Davanti alla bara di una ragazza di sedici anni non c'è sondaggio che tenga. 
Non conta: più ciò che pensa la gente. 
Non servono percentuali. 
Non servono nemmeno le frasi che abbiamo imparato e che qualche volta utilizziamo per proteggerci dalla vertigine delle domande. 
Lì davvero senti: non ci sto dentro.
E credo che in quei momenti occorra avere anche l'onestà cristiana di non pretendere di spiegare tutto. 
La fede non è una risposta che sistema le cose. 
La fede è una Presenza che permette di rimanere quando non possiamo sistemare nulla. Forse è proprio questo il significato più profondo dell' abitare. 
Abitare non significa comprendere tutto ciò che accade dentro una casa. 
Abitare significa rimanere. 

Rimanere anche quando arriva la notte. 
Rimanere quando fuori piove. 
Rimanere accanto a qualcuno che piange senza avere la pretesa di asciugare immediatamente tutte le sue lacrime. 
Nel vangelo Luca dice che Gesù pone la sua domanda mentre si trova in preghiera. Prima della domanda c'è una sosta. 
Forse abbiamo bisogno anche di questo per tornare ad abitare la vita: fermarci. Perché rischiamo di vivere una vita nella quale siamo continuamente dentro qualcosa - dentro una chat, dentro un appuntamento, dentro una riunione, dentro una preoccupazione - e alla fine non siamo più dentro noi stessi. 
Siamo connessi con tutto e rischiamo di essere estranei alla nostra stessa vita. 
Gesù si ferma e domanda. 
«Ma voi?». E Pietro risponde: «n Cristo di Dio». 
È la risposta giusta. 
Ma proprio quando Pietro sembra avere finalmente capito, Gesù pronuncia parole impreviste: «n Piglio dell'uomo deve soffrire molto, essere rifiutato ... venire ucciso e risorgere il terzo giorno». 
È sorprendente. 
Come se Gesù dicesse a Pietro: se vuoi sapere veramente chi sono, devi venire con me anche là dove non ci stai dentro. 
Dentro il rifiuto. 
Dentro la ferita. 
Dentro la sofferenza. 
Persino dentro la morte. 
Perché il Dio cristiano non ci salva tenendosi fuori dalla vita. 
Ci salva entrandoci. 
Ci sta dentro. 
Sta dentro la gioia di una festa e dentro il pianto di una famiglia. 
Sta dentro un amore che comincia e dentro una relazione che attraversa la fatica. Sta dentro i progetti che riescono e dentro quelli che crollano. 
Sta dentro le nostre risposte, ma anche dentro quelle domande alle quali non sappiamo rispondere. 
Questa è la Croce. 
Non la spiegazione cristiana del dolore, ma Dio che decide di abitarlo con noi. 
E proprio per questo l'ultima parola di Gesù non è: «sarà ucciso». 
L'ultima parola è: «risorgerà». 

In quel funerale avevo provato a dire proprio questo: la speranza cristiana non nega la morte. Non finge che non faccia male. Non trasforma una tragedia in qualcosa di accettabile. Osa però credere che la morte non sia padrona. 
E allora possiamo tornare alla domanda di questi giorni: 
È possibile abitare la vita? 
Credo di sì. 
Non perché riusciremo a comprenderla tutta. 
Non perché saremo risparmiati dalle ferite. 
Non perché troveremo sempre una risposta. 
E neppure perché sapremo stare sempre dalla parte giusta del sondaggio. 
Possiamo abitare la vita perché Cristo l'ha abitata prima di noi e continua ad abitarla con noi. 
Forse allora la domanda «Ma voi, chi dite che io sia?» ne contiene un'altra ancora più profonda: mi lasci entrare nella tua vita? 
Non soltanto nella parte ordinata. 
Non soltanto nelle domeniche. 
Non soltanto nelle cose che funzionano. 
Mi lasci entrare anche là dove tu stesso dici: 
«Qui non ci sto dentro»? 
Forse è proprio quello il luogo nel quale il Signore ci aspetta. 
Perché il contrario di «non ci sto dentro» non è: «ho capito tutto». 
Il contrario è: «non sono solo qui dentro». 
E forse una vita diventa davvero abitabile quando scopriamo che, prima ancora che noi riuscissimo ad abitarla, Qualcuno ha scelto di abitarla con noi. 


+Alberto